venerdì 12 dicembre 2008

MONUMENTUM dieci poesie di maggio

sono perché
giorno per giorno
a chi acconsente
piacque diversamente
scrivere per se stessi
il fato

questo era dall’inizio
per me solo
ombra
***
ego sum quia


un ordine le cose da essere smontate
un bisbiglio del tutto sepolcrale questa sera
all’olfatto si raccoglie per vie d’alvo
vite ricerca che non hanno meraviglie
per nostra indole buona nient’altro che strade
ombrelli e cose travolte persino
talvolta lontane da uno sguardo sognante
quella spirale di ritmi e sforzi di sale d’attesa
di gradini intuiti e inseguiti perché d’ansia
e mai per amore dà strappi
a un avvenimento interiore l’informe
incerato presente dell’artista


***

in diem


la scorta vivente degli anni per un po’
lascia al vecchio temporale di passaggio
sempre uguale un sottile
salto dal di fuori sotto il suolo
laggiù con quel dovere che consuma
e brucia in se stesso l’assillarsi aspro
di un tormento gettato fuori bocca
ossia la genesi interna della sorpresa
mentre nel racconto popolare si è già
conosciuto vivere di feste con il sole
a gambe all’aria nella pioggia


***

volenti


stremano e squarciano il corpo del silenzio
quegli atti di spessa scrittura o quasi
parlare è un tragitto che apostrofa l’ira
errori che a lungo incentrano il peso
della rinuncia al presente in tripudio
la sola persona oltrepassando
l’immenso contarne uno alla volta
stretta in viso si contorce orribilmente
angosciata con semplici pezzetti delle mani
si degna d’essere in avanti con capriole
che porge come affondo nel supplizio
scandagliati artifici e desideri


***

aliter visum


fu amante e cosa orrenda
assegnata al delitto più una sola
universale nuova bolla
si apre alla memoria
rientra sotto l’acqua come
in casa
è nata in un bicchiere


***

sibi scribere


un suono senza entrate la folgore
ancora forse ritornano immediati
in quella notte che per lettera andava spedita
la figura di tristezza sconosciuta
esporta in quel raro miraggio pieno di fortuna
il tempo che rinvia all’occhio impuro
lui sa la fine e non perde le braccia
dell’universo il nervo
allegra conclusione quand’è
che giorni di petto riportano
a meriti di noia e l’inverno con sospiro


***

fata


al di là di una rada nera sul fondo
di tutto parla la primavera
e un cieco pensare di provincia fa
capolino a un bizzoso miope ingegno
nel suo guscio alimenta in certo modo
l’inutile funzione che dà il nome a un feto
a un racconto che si svolge come da sé
e che registra
breve la morte causata per cure
di madri e figli in pochi mesi
padri all’origine di questi panni
quando al risveglio la bufera gira
gli odori su montagne di vertebre
la tensione gonfia di presentimento
quel male non si impara in un destino


***

hoc erat


il sogno impaziente che non vede
qualche volta murare con gli occhi
di una donna
l'aspetto rudemente gentile
il desiderio adulto che si immerge
in quell’alito fresco nel disturbo di lui
non meno dell’ignoto è
per insolita ostinazione picchia
spinge sulle spalle va la testa verso il basso
sonda proprio lei per l’avvenire
di un inchino che non buca come il dubbio


***

ab initio

non vedi come tutto
nel teatro si chiude in ritrattistica
fulminea esibizione del tempo udibile e smorto
non vedi d’imbelletto
la corrusca e gestante passione rarefatta
non di un giorno
e del suo lento sanguinare dietro un soffio
abbandoni il parto già lontano
di strane cose
potrai sorridere di più contarne i seducenti
brividi casuali e un mormorio
trionfale invano accetti come un ghigno
qual che dama reciti

***

ipse mihi


il suo profilo compare all’improvviso
spigolo robusto
nel raffinato corpo in quel punto
senza ritardi né d’accordo
con il cervello conficcato di vagiti
fra la statua
che corre più urgente
alla fonte del rito e incede
acuta la sconfitta forza che non ha la forza
si fa ingombro
d’accumulo ombelichi su ombelichi e
fu prima del congedo
la ragione meno esatta
la traccia di ruderi un conforto che è sin qui


***

umbra


Bisognerebbe essere un albero
A.Giacometti


chi può camminare veloce non crede
ai suoi segreti non di rado invita
per voce oscura echi in lontananza rivolge
d’eclissi accuse allo spazio nuovamente
l’insondabile ossessione che gli pare
un vocabolo di commozione doverosa
se l’ombra più un pericolo rispunta
grassa e inventa
il primo giro della Terra
***
PRETESTO%PRE-TESTO


Dopo innumerevoli massi / ricoperto di muschio / più largo bentrovato / Di un fiore / il pittore palazzo / fece una fine.
Così le parole vivono nel canto e la realtà imperscrutabile, inarrivabile è precipizio. Così io vedo il monumentum, passerella catapultata sulla gola del tempo nascituro, dentro una percezione dello sprezzante accumulo di stracci che l’autore non dice, quale futuro di assurde coincidenze.
Perché non esistono coincidenze assurde. E’ l’assurdo che tutte le contiene.
Come dei titoli in latino, metafora “oscura” e strafalciona di una lingua straniera, oggetto lungamente inanimato ma - al pari di ogni “vita silenziosa” - non privo di dignità, ricordo di suoni assenti e sensazioni confuse.
Di un passato che lascia ancora senza giudizio.


A.D.

Cevoli, Maggio 2005
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INDICE




… ego sum quia

… in diem

… volenti

… aliter visum

… sibi scribere

… fata

… hoc erat

… ab initio

… ipse mihi

… umbra

… PRETESTO%PRE-TESTO
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Antonio De Rose
MONUMENTUM
dieci poesie di maggio
Edizione cartacea su iniziativa e a cura delle Edizioni "Galleria La Torre", Collana "I poeti", Galleria d'Arte "La Torre" Cascina-Pisa Luglio 2005
Illustrazione di copertina: "Chiesa della Spina" di Federicio Bellini
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