sabato 13 dicembre 2008

Il Morto accanto al Re




/Nascita
(PRESENTAZIONE)

Più simile e lontana
devota via d’un esercizio confidente
è spicco immaginario
monologo in special modo riflesso
da un esempio di scrittura come residenza

Il mortale che sfonda un estremo
spazio fragoroso
delle esibizioni impure previste nella mente
appare ostile
(Come ritornano in circolo cede
improvvisa la motivazione)

Resta l’ora natia dove per atto inascoltato
infine si conclude nel suo stare
(A meno di un passo amico
o demone che così bene ottiene casa)
la pietà luminosa non mai sazia
dei silenzi dopo




/Fingere
(MATURITA’)

La fama (ci viene raccontato)
deve avere l’estate colma di incertezze
e la mano pratica di storie dentro l’acqua
- l’elemento rimanda alla mia curiosità
inutile

Gonfia di pazienza e di ritardi - e soprattutto
di richieste - così densa una luce
che rilevo millenaria ha voce
della rappresentazione come eredità
da non citare

E’ sua la prima parte dell’impronta a un crollo
violento dei mesi, e di un giorno inizia
un percorso sostenuto bevendo amore
o semplici voglie ma vicini - e per sfida quella gioia
non ci direbbe giovani (o ritratti)





/Un luogo tra di noi
(FINE)

Vedrò crescere gli ulivi sotto una cupola di cielo
goccioloni, incerti non sapranno mai su quali braccia
deporranno il sudore della terra, esempio di lucidi affetti
non poco corrosivi

Ma sporgono dai corpi delle donne silenziose i mantelli
duri e grandi, non portano in superficie il gioco
che timido sfinisce, e nuoce d’abitudini vincenti
un esaltante studio dei maestri






/La riva non ha fondo
(INIZIO)


La riva non ha fondo, l’argine
è impressionante
Il bambino mortale non accenna a scuotere la testa
torna muto
Spingendo contro l’acqua una fortuna
dissonante
Sparisce nel discorso di un saggio pretesto
patetico
Tesse il meglio della volontaria messa in scena
tocca
Poi agli animi che consumano il tempo
degradare
Con dolcezza e allegria non ha peso

l’obbligo al presagio



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Antonin Artaud

IL PALAZZO INCANTATO

a Génica Atanasiou

Nella verde vallata dove regnano gli angeli
Un tempo un bel palazzo, un palazzo raggiante
Si alzava
Il Re Pensiero teneva le sue misteriose riunioni
In questo palazzo.
E mai la terra agli angeli aveva offerto
Per dispiegarne il volo
Un palazzo più meraviglioso.

Coronato di fuoco, era,
Era tutto illuminato.
Si era di là del tempo,
E ogni volta che il vento muoveva le sue piante
Facendo giravolte tra le pietre scintillanti
Un profumo saliva a sfidare il tempo.

Se foste passati, viaggiatori attardati,
O passanti smarriti sulle strade della fiaba
Attraverso quei vetri ineffabili
Avreste visto anime dimenarsi al suono di un liuto
In ordine perfetto,
Intorno al trono dove stava
Nella sua posa fantomatica
Il Maestro, il Porfirogeneta, il Re
Maestosamente, nel palazzo fantastico.

Ma un giorno spiriti neri in volo
Passarono come un’onda di tenebre
Sul palazzo. La tempesta funebre ahimè
Non si è lasciata dietro che un lungo grido
Di disperazione, e il saccheggio della gloria
Del grande Re la cui memoria
Non è più ormai che il sogno di un sogno

Se passaste, nel palazzo abbandonato,
Attraverso le finestre morenti
Vedreste ombre immense
Muoversi senza senso
Al concerto atroce di musiche stridenti
Mentre una folla impazzita batte contro le porte
E irrompe per l’eternità e si dimena,
E ride,- perché sorridere non può.




Traduzione dal francese di Antonio De Rose
(dal testo a fronte in originale che compare in Antonin Artaud,
ARTAUD LE MOMO, CI-GIT E ALTRE POESIE
Einaudi 2003)
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Il Morto accanto al Re

PROSSIMITA’ DELL’AUTORE


- Nel mio Libro ogni cosa è scritta e prevista. Anche il mio Essere, che è Sublime, scivolerà man mano nel sonno muto.
- Parla per te, anche da qui io tutto ancora ho da vedere e le mie parole dico. Quelle che tu non potrai mai scrivere, giammai dettare.

Il Morto si rifiuta di accettare l’ineluttabilità della sorte entropica, che lo vorrebbe sottomesso a quella – in comune - del Re (“…ogni cosa…Anche il mio Essere…”.). Artaud, dal suo “teatro crudele”, esemplifica ne Le palais hanté la condizione del Re, una volta per tutte.

Forma e materia si possono sottoporre a torsioni infinite ma non si governano totalmente. Nemmeno il disordine finalistico dei processi naturali vi può riuscire. La materia non si arrende alla piaga della dispersione e del caos, e cerca le forme per opporsi.

- Sentiamo già le obiezioni dei Realisti… “Non ci si ribella alla volontà di Sua Maestà!”.
Illusi e demagoghi.”

Il Morto comprende il bisogno di convivere con l’assurdo del destino entropico, (“Non ha peso l’obbligo al presagio”). Il Morto stesso è l’Assurdo! Allora vale la pena enfatizzare la vulnerabilità della forma e della materia, per fare dell’opera eterno punto di partenza, memori dell’innominabile “disordine ordinato”.

Bisogna impregnare la materia di sentimenti. (Louise Bourgeois)
Dunque se la materia, in base alla legge dell’entropia va a degradare, anche i sentimenti che vi vengono riversati, subiranno identica sorte, e di rimbalzo ciò varrebbe per tutto il resto: anche per l’arte e le emozioni; finanche per le parole?
Anche le parole sono sottoposte alla perdita dell’energia vitale.

Io non so capire, niente capo né coda trovo, non c’è un filo conduttore, comprensibile, plausibile…per tutto questo dire. Così non posso intitolare questo discorso. Oppure non voglio.



A. D.

Novembre 2008
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Il Morto accanto al Re
mini-silloge
per ENTPOTH ENTROPIA trasformazione
Mostra Collettiva di Arte Contemporanea
17 - 23 Novembre 2008
FIRENZE
Sala Vetri e Salone, Piazzetta della Neve (ex-Murate)

venerdì 12 dicembre 2008

venere e garosi, ricompone


a Daniela Garosi

LA FORMA

La forma non ha imperfezioni
non è partecipazione né parte:
si compie. La forma che guardi
si compie, si contrappone
alla disgregazione: già scontata
prima della fine.

Terzo Modo, Annalisa Cima
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Sta per finire l'enormità che scrivo
Ci saranno rischi di lentezza
Vapori a prima vista
***
L’altra sera invincibile castello di grigio
sognavo a spasso tra le dita
l’occhio abbandonato alle altitudini
quale occasione per l’inverno delle muffe

Sarà passata allora la voglia
che ricordo improvvisa si staglia
la tua assenza rigonfia
nasce del tutto silenziosa
e ora ci guarda sole da ben altri climi
***
Due non è un nulla
di corpo un cuore
il viso imprecisato

Non è lo schiocco salutare
per me lo schivo
brivido universo
che brucia fino a te

Fino a scorgerti minuzia
rovescio nell’adolescenza inoperosa
e fui donna
che mai visse non arguta complice un sussurro
***
Se l’intrigo ti spaventa
straniero è il gran finale
d’abitudine superba
come il gelo fosse
pietà viva un gioco per l’altrui
precipizio destinale
stagione di sorrisi sfiguranti

E nel rumore se ti stringe estremo
l’affetto solo si allontana
breve risplende e refrattario piace
carico mortale il graffio di dolore

Si tira via ferite
una malinconia pur dritta
gli amanti le magie
impenetrabili ombre del piacere
dove l’opera aggiunge
le voci al vino
un tepore antico vibra
***
Lascerò al conforto
una tattile ossessione
alla rincorsa degli amati
corti colpi sul respiro
cerimonie
dell’istinto fuori tempo
eccezione che travolge
da principio per disgrazia
o fortuna di parole
***
Far nuda qui
una storia del digiuno
appetibile sbuffo incolore
che lentamente investe
l’incanto a noi
due si nega

Farà felice può
un regno di fracasso
raccontare il sesso
nobile dell’arte
lo spettro
eros del giorno
di me si accende

Tuttavia
è un curiosare più in là
del tuo corpo verticale
***
Compromessa più tardi andrà l’innominabile
altra vera vita radice nella pelle

E’ carta sulla carta scomparsa della forma
l’infranta sfida gira in piano porta
il mito a scuotersi dall’avambraccio

Largo fulmine eresia
domicilio a un nome
spinge dal pendio parole
in questa prima parte
di cavallo oppure
vortice gigante
***
Fra i tuoi drappeggi quando la vita corre
e corri sulle terre dei vivi anche per me
di solito per me che non posso più volermi amata
come storia non finita

***
Lo sfarzo appare ammaestrato del buio
pernotta nel capolavoro il tempo che ritrovo
strazia in ogni fredda porzione degli specchi
l’armonia rivela ho cucita sulle spalle

Penetra in ricostruzioni del giorno puzzolente
incredibile il trasporto nel trucco più vicino
l’invenzione sopra tutto della luce è
quando non posso più che assaporarti venere



***
Tutto il tempo a farti
compagnia qualcuno
striscia su nuove certezze
al guinzaglio odora
la tua carne rarefatta
luccica e ridi
nella densa intimità

***
Vedevo brillare
in un sonno la polvere
sulle sue mute mani addosso
fredde guide alla fretta che dentro
avanza come sguardo e la parola
trema ancora sul mio petto
eccome al passo che barcolla

Poi la fine
imprevedibile memoria sulle labbra
struggimento forse offerto da bugie
dapprima quelle a volte sapienziali

Si muovono al risveglio in desideri
decide una carezza d’afflizione
tale infiamma gli occhi della notte
che basta a sé

***
Amorosa che piano catturi
in volto e maestra accattivi
la scena



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DELL’ASSENZA

… formato tessera

Lo sguardo rigidamente abbassato, gli occhi bui, semichiusi in almeno due delle pose. La giovane donna non aveva resistito all’urto con la sua immagine riflessa nello specchio incrudelito o chissà.
Le ho lasciate nell’aiuola striminzita per l’incuria, lì davanti all’uscita del supermercato. Anche se la tentazione era fortissima, non potevo prenderle, mi sembrava di fare ulteriore violenza…
Quattro foto, formato tessera, neanche troppo spiegazzate, né sporche. Ma perché proprio lì, in un contenitore così visibile, alla vista di tutti. Quattro espressioni, con lo scatto immagine una per una, erano state composte dalla macchina l’una di seguito all’altra. La giovane donna le aveva ricomposte a suo modo, esponendole al pubblico ludibrio…
Non riconoscendosi nella sua propria immagine, resta senza un nome, un corpo, un movimento: la donna delle foto è assente a se stessa.
Io lo leggo come un destino che, al pari di tantissimi altri, avrebbe potuto presentarsi eppure non è stato.

E questo non è un antefatto. Ma è il mondo così fatto.
Di assenze e d’immobilità, di ricordi improvvisi che non scuotono la memoria.
Del passato, compagno di un’avventura umana solitaria in cui non vi è futuro neanche per l’amore e mai vi sarà, perché non esiste alternarsi di stagioni e il tempo interiore non corrisponde al tempo esterno, del mondo estraneo.
Le figure, indelebilmente creaturali di donne stanno lì, in apparenza spente, come avessero inseguito un ideale femminile irraggiungibile, incatenate al mondo che si tengono dentro.

Daniela Garosi con le sue opere ha rinnovato il titanismo delle mie ossessioni, che mi stanno a volte sopra a sorseggiarmi, in altre in me straripano. Oppure le cavo da un proscenio, davanti a un pubblico sorridente ma corroso.
Ma grazie ai suggerimenti delle sue immagini, nel solco del lungo sodalizio fra pittura e poesia, ho voluto raccontare non il grigio di questo presente, la fretta che è divorata da se stessa, il vestito cucito addosso come un destino, gli specchi che fanno il rumore… non i motivi ma i soggetti in cui - nonostante la volontà e l’intenzione degli autori - il personaggio o la cosa corrono per altre vie, a ricomporre ciò che all’assenza piacerebbe consacrare in eterno.

A.D.
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Plaquette pubblicata con il Patrocinio del Comune di Calcinaia-Pisa, per l'occasione della Mostra DANIELA GAROSI, IMMAGINI DELLA PITTURA, 11-19 Marzo 2006, Calcinaia-Pisa, Torre Upezzinghi, nell'ambito della Rassegna "Vico Vitri Arte" V° Edizione
--- In copertina: opera di Daniela Garosi

MONUMENTUM dieci poesie di maggio

sono perché
giorno per giorno
a chi acconsente
piacque diversamente
scrivere per se stessi
il fato

questo era dall’inizio
per me solo
ombra
***
ego sum quia


un ordine le cose da essere smontate
un bisbiglio del tutto sepolcrale questa sera
all’olfatto si raccoglie per vie d’alvo
vite ricerca che non hanno meraviglie
per nostra indole buona nient’altro che strade
ombrelli e cose travolte persino
talvolta lontane da uno sguardo sognante
quella spirale di ritmi e sforzi di sale d’attesa
di gradini intuiti e inseguiti perché d’ansia
e mai per amore dà strappi
a un avvenimento interiore l’informe
incerato presente dell’artista


***

in diem


la scorta vivente degli anni per un po’
lascia al vecchio temporale di passaggio
sempre uguale un sottile
salto dal di fuori sotto il suolo
laggiù con quel dovere che consuma
e brucia in se stesso l’assillarsi aspro
di un tormento gettato fuori bocca
ossia la genesi interna della sorpresa
mentre nel racconto popolare si è già
conosciuto vivere di feste con il sole
a gambe all’aria nella pioggia


***

volenti


stremano e squarciano il corpo del silenzio
quegli atti di spessa scrittura o quasi
parlare è un tragitto che apostrofa l’ira
errori che a lungo incentrano il peso
della rinuncia al presente in tripudio
la sola persona oltrepassando
l’immenso contarne uno alla volta
stretta in viso si contorce orribilmente
angosciata con semplici pezzetti delle mani
si degna d’essere in avanti con capriole
che porge come affondo nel supplizio
scandagliati artifici e desideri


***

aliter visum


fu amante e cosa orrenda
assegnata al delitto più una sola
universale nuova bolla
si apre alla memoria
rientra sotto l’acqua come
in casa
è nata in un bicchiere


***

sibi scribere


un suono senza entrate la folgore
ancora forse ritornano immediati
in quella notte che per lettera andava spedita
la figura di tristezza sconosciuta
esporta in quel raro miraggio pieno di fortuna
il tempo che rinvia all’occhio impuro
lui sa la fine e non perde le braccia
dell’universo il nervo
allegra conclusione quand’è
che giorni di petto riportano
a meriti di noia e l’inverno con sospiro


***

fata


al di là di una rada nera sul fondo
di tutto parla la primavera
e un cieco pensare di provincia fa
capolino a un bizzoso miope ingegno
nel suo guscio alimenta in certo modo
l’inutile funzione che dà il nome a un feto
a un racconto che si svolge come da sé
e che registra
breve la morte causata per cure
di madri e figli in pochi mesi
padri all’origine di questi panni
quando al risveglio la bufera gira
gli odori su montagne di vertebre
la tensione gonfia di presentimento
quel male non si impara in un destino


***

hoc erat


il sogno impaziente che non vede
qualche volta murare con gli occhi
di una donna
l'aspetto rudemente gentile
il desiderio adulto che si immerge
in quell’alito fresco nel disturbo di lui
non meno dell’ignoto è
per insolita ostinazione picchia
spinge sulle spalle va la testa verso il basso
sonda proprio lei per l’avvenire
di un inchino che non buca come il dubbio


***

ab initio

non vedi come tutto
nel teatro si chiude in ritrattistica
fulminea esibizione del tempo udibile e smorto
non vedi d’imbelletto
la corrusca e gestante passione rarefatta
non di un giorno
e del suo lento sanguinare dietro un soffio
abbandoni il parto già lontano
di strane cose
potrai sorridere di più contarne i seducenti
brividi casuali e un mormorio
trionfale invano accetti come un ghigno
qual che dama reciti

***

ipse mihi


il suo profilo compare all’improvviso
spigolo robusto
nel raffinato corpo in quel punto
senza ritardi né d’accordo
con il cervello conficcato di vagiti
fra la statua
che corre più urgente
alla fonte del rito e incede
acuta la sconfitta forza che non ha la forza
si fa ingombro
d’accumulo ombelichi su ombelichi e
fu prima del congedo
la ragione meno esatta
la traccia di ruderi un conforto che è sin qui


***

umbra


Bisognerebbe essere un albero
A.Giacometti


chi può camminare veloce non crede
ai suoi segreti non di rado invita
per voce oscura echi in lontananza rivolge
d’eclissi accuse allo spazio nuovamente
l’insondabile ossessione che gli pare
un vocabolo di commozione doverosa
se l’ombra più un pericolo rispunta
grassa e inventa
il primo giro della Terra
***
PRETESTO%PRE-TESTO


Dopo innumerevoli massi / ricoperto di muschio / più largo bentrovato / Di un fiore / il pittore palazzo / fece una fine.
Così le parole vivono nel canto e la realtà imperscrutabile, inarrivabile è precipizio. Così io vedo il monumentum, passerella catapultata sulla gola del tempo nascituro, dentro una percezione dello sprezzante accumulo di stracci che l’autore non dice, quale futuro di assurde coincidenze.
Perché non esistono coincidenze assurde. E’ l’assurdo che tutte le contiene.
Come dei titoli in latino, metafora “oscura” e strafalciona di una lingua straniera, oggetto lungamente inanimato ma - al pari di ogni “vita silenziosa” - non privo di dignità, ricordo di suoni assenti e sensazioni confuse.
Di un passato che lascia ancora senza giudizio.


A.D.

Cevoli, Maggio 2005
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INDICE




… ego sum quia

… in diem

… volenti

… aliter visum

… sibi scribere

… fata

… hoc erat

… ab initio

… ipse mihi

… umbra

… PRETESTO%PRE-TESTO
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Antonio De Rose
MONUMENTUM
dieci poesie di maggio
Edizione cartacea su iniziativa e a cura delle Edizioni "Galleria La Torre", Collana "I poeti", Galleria d'Arte "La Torre" Cascina-Pisa Luglio 2005
Illustrazione di copertina: "Chiesa della Spina" di Federicio Bellini
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